venerdì 7 settembre 2018

La passione per un libro: quando tutto ha avuto inizio.


‹‹L’avvenire è la porta, il passato né è la chiave››

Victor Hugo


 Da “L’anello di Re Salomone
di
Konrad Lorenz


‹‹Io ho il dono inestimabile di poter completamente arrestare i miei processi mentali superiori mantenendomi in uno stato di perfetto benessere, e questa è la imprescindibile premessa per potersi sentire così bene come le cinquecento scrofe di Goethe, divenute proverbiali. Quando in una calda giornata estiva io faccio una nuotata nel Danubio e poi, simile a un coccodrillo nel fango, mi stendo sulle verdi rive di un ramo secondario, quasi fiabesco nella sua realtà, del grande fiume, in un paesaggio primordiale in cui manca il minimo richiamo alla civiltà umana, a volte riesco a operare quel miracolo cui tendono come a una meta suprema i più grandi saggi dell’Oriente: senza che mi addormenti, il mio pensiero si dissolve nella natura circostante, il tempo si arresta e non significa più nulla, e quando il sole che tramonta e la frescura serale mi invitano a rincasare, non so più se sono passati dei secondi o degli anni›› (pp. 267-268).



Fino a quel giorno di libri non se ne parlava proprio. Ogni volta che dovevo leggerne qualcuno obbligato da qualche motivo scolastico mi prendeva davvero a male. La mia reticenza era totale. Lo consideravo una perdita di tempo e una noia mortale. Cercavo sempre una scorciatoia per trovare le parole chiave che potessero aiutarmi a terminare i compiti e prepararmi per qualche interrogazione in classe.
Poi arrivò lui, il libro che cambiò tutto.

L’anello di Re Salomone”, di Konrad Lorenz, entrò come un fulmine a ciel sereno nella mia vita e aprì un mondo a me prima del tutto sconosciuto. Era stata la mia professoressa di filosofia di cui adesso non ricordo il nome (magari più tardi mi viene in mente e ve lo dico). Ho ben impresso ancora quel momento in cui lei scandì il titolo di questo libro o forse mi piace immaginarlo così.
Credo fosse la fine del terzo anno delle superiori. Frequentavo il liceo “Augusto Righi”, fondato nel 1946 per essere il secondo liceo scientifico della Capitale. Allora la sua sede era in un palazzo di Via Sicilia a due passi da uno dei luoghi più famosi della Dolce vita, Via Veneto.

Un’impresa immane per me arrivare lì tutte le mattine dalla periferia dove ho sempre vissuto. A quell’età non è sicuramente una passeggiata sentire la sveglia presto e uscire in strada alle sei e mezza, spesso quando il sole ancora non si vede all’orizzonte, per poter arrivare in tempo al suono della campanella dopo aver preso ben tre autobus e la metropolitana. A questo va aggiunto il percorso di ritorno verso casa. Ricordo che passavo i pomeriggi più a dormire che a studiare e questo influiva parecchio anche sul rendimento scolastico.
I primi anni sono stati davvero traumatici. E se il primo anno alla fine me la sono cavata superando gli esami di riparazione, il secondo a settembre non ce l’ho fatta ed ho dovuto ripetere l’anno. Mi dissero che era stato fatale il latino e la sua professoressa. Fu un passaggio importante, uno di quelli che ti segnano per tutta la vita. Penso di aver raggiunto un certo grado di maturità proprio in quel preciso momento: fu uno scotto salato da pagare ma imparai la lezione insieme a certi “meccanismi”. Cambiato classe, e qualche professore, tutto filò liscio fino al diploma.
Non dimenticherò mai quei primi anni e quella prima classe anche per tutte le belle sensazioni e le forti emozioni vissute. Mi ero legato maggiormente con i ragazzi del mio mondo, quelli che venivano da più lontano e con cui facevo un pezzo di strada insieme. Pensandoci adesso sono anche quelli che hanno avuto più difficoltà, anche più di quelle che ho avuto io. Sono i ragazzi della “metro A”: Omar fermata Colli Albani; Mirko fermata Arco di Travertino; Riccardo fermata Numidio Quadrato; Alessandro fermata Termini per lo scambio della A con la B (Ponte Mammolo). Io a quei tempi ero quello di Lucio Sestio dove passava il 558 (più avanti nuovi compagni e nuove amicizie mi hanno portato anche su percorsi diversi). Con loro, con Andrea che prendeva la direzione opposta della metro verso Ottaviano e con altri come Giorgio, il fratello di Riccardo, si tornava verso casa o, se in anticipo, ci si aspettava la mattina. E quante risate insieme. Penso agli scherzi tipo candit camera. Penso, ad esempio, alle vecchie 500 lire incollate sul tappeto bordato calpestato da centinaia di persone che frettolosamente si recavano verso le scale mobili. Quando una di queste, meno distratta di altre, si accorgeva della moneta, ne vedevi di tutti i colori: da chi sornione si appostava li vicino in attesa del deflusso a chi si bloccava con i piedi proprio sopra. Che risate quando la gran parte nel prenderla si rendeva conto di non riuscirci. Tranne quella volta che qualcuno più tenace degli altri riuscì dopo diversi tentativi a staccarla e portarla via con sé.

Luciana era il nome di quella professoressa.
Non ci impose di prenderlo ma ce lo consigliò vivamente come lettura per l’estate, slegata dai soliti compiti delle vacanze. Decisi di comprarlo incuriosito per la descrizione che ne aveva fatto e soprattutto perché trattava di argomenti legati ad un settore, quello delle scienze naturali, verso il quale ho avuto sempre una attrazione particolare.

Lo lessi quasi tutto d’un fiato. Mentre con la mente mi immedesimavo con il protagonista intento a creare un acquario oppure a camminare per i campi seguito da una nidiata di oche che lo ritenevano la loro “mamma”. Un concentrato di sacrifici e passione per cercare di comprendere il mondo animale. Sull’onda di ricordi ed emozioni vissute nell’orto che avevano i miei nonni nella campagna viterbese, dove mi perdevo a guardare per ore le rondini svolazzare e infilarsi nei loro nidi sotto il tetto oppure a correre dietro alla farfalle o a provare ad allevare lumache, cominciai a portare a casa pesci, uccelli, tartarughe e roditori (per la gioia dei miei genitori che per poco non facevano uscire me di casa).

Ma proprio da quel momento cominciò anche la passione per la lettura e la voglia di scrivere.

Non esistono condizioni ideali in cui scrivere, studiare, lavorare o riflettere, ma è solo la volontà, la passione e la testardaggine a spingere un uomo a perseguire il proprio progetto”, Konrad Lorenz.


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