‹‹L’avvenire è
la porta, il passato né è la chiave››
Victor Hugo
Da “L’anello di Re Salomone”
di
Konrad Lorenz
‹‹Io ho il dono inestimabile di poter
completamente arrestare i miei processi mentali superiori mantenendomi in uno
stato di perfetto benessere, e questa è la imprescindibile premessa per potersi
sentire così bene come le cinquecento scrofe di Goethe, divenute proverbiali.
Quando in una calda giornata estiva io faccio una nuotata nel Danubio e poi,
simile a un coccodrillo nel fango, mi stendo sulle verdi rive di un ramo
secondario, quasi fiabesco nella sua realtà, del grande fiume, in un paesaggio
primordiale in cui manca il minimo richiamo alla civiltà umana, a volte riesco
a operare quel miracolo cui tendono come a una meta suprema i più grandi saggi
dell’Oriente: senza che mi addormenti, il mio pensiero si dissolve nella natura
circostante, il tempo si arresta e non significa più nulla, e quando il sole
che tramonta e la frescura serale mi invitano a rincasare, non so più se sono
passati dei secondi o degli anni›› (pp. 267-268).
Fino a quel
giorno di libri non se ne parlava proprio. Ogni volta che dovevo leggerne
qualcuno obbligato da qualche motivo scolastico mi prendeva davvero a male. La
mia reticenza era totale. Lo consideravo una perdita di tempo e una noia
mortale. Cercavo sempre una scorciatoia per trovare le parole chiave che
potessero aiutarmi a terminare i compiti e prepararmi per qualche
interrogazione in classe.
Poi arrivò lui,
il libro che cambiò tutto.
“L’anello di
Re Salomone”, di Konrad Lorenz, entrò come un fulmine a ciel sereno nella
mia vita e aprì un mondo a me prima del tutto sconosciuto. Era stata la mia
professoressa di filosofia di cui adesso non ricordo il nome (magari più tardi mi viene in mente e ve lo dico). Ho ben impresso ancora quel momento in
cui lei scandì il titolo di questo libro o forse mi piace immaginarlo così.
Credo fosse la
fine del terzo anno delle superiori. Frequentavo il liceo “Augusto Righi”,
fondato nel 1946 per essere il secondo liceo scientifico della Capitale. Allora
la sua sede era in un palazzo di Via Sicilia a due passi da uno dei luoghi più
famosi della Dolce vita, Via Veneto.
Un’impresa immane per me arrivare lì tutte
le mattine dalla periferia dove ho sempre vissuto. A quell’età
non è sicuramente una passeggiata sentire la sveglia presto e uscire in strada
alle sei e mezza, spesso quando il sole ancora non si vede all’orizzonte, per
poter arrivare in tempo al suono della campanella dopo aver preso ben tre
autobus e la metropolitana. A questo va aggiunto il percorso di ritorno verso
casa. Ricordo che passavo i pomeriggi più a dormire che a studiare e questo
influiva parecchio anche sul rendimento scolastico.
I primi anni sono stati
davvero traumatici. E se il primo anno alla fine me la sono cavata superando
gli esami di riparazione, il secondo a settembre non ce l’ho fatta ed ho dovuto
ripetere l’anno. Mi dissero che era stato fatale il latino e la sua
professoressa. Fu un passaggio importante, uno di quelli che ti segnano per
tutta la vita. Penso di aver raggiunto un certo grado di maturità proprio in
quel preciso momento: fu uno scotto salato da pagare ma imparai la lezione
insieme a certi “meccanismi”. Cambiato classe, e qualche professore, tutto filò
liscio fino al diploma.
Non
dimenticherò mai quei primi anni e quella prima classe anche per tutte le belle
sensazioni e le forti emozioni vissute. Mi ero legato maggiormente con i
ragazzi del mio mondo, quelli che venivano da più lontano e con cui facevo un
pezzo di strada insieme. Pensandoci adesso sono anche quelli che hanno avuto
più difficoltà, anche più di quelle che ho avuto io. Sono i ragazzi della
“metro A”: Omar fermata Colli Albani; Mirko fermata Arco di Travertino;
Riccardo fermata Numidio Quadrato; Alessandro fermata Termini per lo scambio
della A con la B (Ponte Mammolo). Io a quei tempi ero quello di Lucio Sestio
dove passava il 558 (più avanti nuovi compagni e nuove amicizie mi hanno
portato anche su percorsi diversi). Con loro, con Andrea che prendeva la direzione
opposta della metro verso Ottaviano e con altri come Giorgio, il fratello di
Riccardo, si tornava verso casa o, se in anticipo, ci si aspettava la mattina.
E quante risate insieme. Penso agli scherzi tipo candit camera. Penso, ad
esempio, alle vecchie 500 lire incollate sul tappeto bordato calpestato da
centinaia di persone che frettolosamente si recavano verso le scale mobili.
Quando una di queste, meno distratta di altre, si accorgeva della moneta, ne
vedevi di tutti i colori: da chi sornione si appostava li vicino in attesa del
deflusso a chi si bloccava con i piedi proprio sopra. Che risate quando la gran
parte nel prenderla si rendeva conto di non riuscirci. Tranne quella volta che
qualcuno più tenace degli altri riuscì dopo diversi tentativi a staccarla e
portarla via con sé.
Luciana era il
nome di quella professoressa.
Non ci impose
di prenderlo ma ce lo consigliò vivamente come lettura per l’estate, slegata
dai soliti compiti delle vacanze. Decisi di comprarlo incuriosito per la
descrizione che ne aveva fatto e soprattutto perché trattava di argomenti
legati ad un settore, quello delle scienze naturali, verso il quale ho avuto
sempre una attrazione particolare.
Lo lessi quasi
tutto d’un fiato. Mentre con la mente mi immedesimavo con il protagonista
intento a creare un acquario oppure a camminare per i campi seguito da una
nidiata di oche che lo ritenevano la loro “mamma”. Un concentrato di sacrifici
e passione per cercare di comprendere il mondo animale. Sull’onda di ricordi ed
emozioni vissute nell’orto che avevano i miei nonni nella campagna viterbese,
dove mi perdevo a guardare per ore le rondini svolazzare e infilarsi nei loro nidi
sotto il tetto oppure a correre dietro alla farfalle o a provare ad allevare
lumache, cominciai a portare a casa pesci, uccelli, tartarughe e roditori (per
la gioia dei miei genitori che per poco non facevano uscire me di casa).
Ma proprio da quel momento cominciò anche la passione per la lettura e la voglia di scrivere.
“Non esistono condizioni ideali in cui
scrivere, studiare, lavorare o riflettere, ma è solo la volontà, la passione e
la testardaggine a spingere un uomo a perseguire il proprio progetto”,
Konrad Lorenz.

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